CARLO PETRINI MORIRÁ PER COLPA DEL CALCIO


Pubblicato da il 29.12.11

L'ex centravanti che negli anni 60-70 ha militato nelle fila di Genoa, Milan, Roma e Bologna racconta al Fatto Quotidiano di come lui stia morendo per colpa dei trattamenti medici a cui lo sottoponevano i club. E secondo lui anche oggi è così.

Carlo Petrini, ex centravanti di Genoa, Milan, Roma e Bologna e scrittore noto per aver raccontato le strane pratiche mediche a cui veniva sottoposto insieme ai suoi compagni di squadra dai suoi club, è stato intervistato dal Fatto Quotidiano. E’ molto malato,ma nonostante ciò continua a ricordare e a descrivere il mondo marcio del pallone:

“Ho tumori al cervello, al rene e al polmone. Ho un glaucoma, sono cieco, mi hanno operato decine di volte e dovrei essere già morto da anni. Nel 2005 i medici mi diedero tre mesi di vita. E’ stato il calcio. Ne sono certo. Con le sue anfetamine in endovena da assumere prima della partita e i ritrovati sperimentali che ci facevano colare dalle labbra una bava verde e stare in piedi, ipereccitati, per tre giorni. Ci sentivamo onnipotenti. Stiamo cadendo come mosche”.

Petrini fa anche i nomi di altri calciatori, suoi colleghi, che ritiene omertosi:

“Chi ha nascosto tutto?. Molti, troppi. Ad esempio Sandro Mazzola che ha smesso di parlare al fratello Ferruccio, o Picchio De Sisti, che nega l’evidenza nonostante la malattia. O del commovente Stefano Borgonovo. Uno che sta molto male, aggredito dalla Sla e che continua a sostenere che il pallone non c’entri nulla. Se non mi facesse piangere, verrebbe da ridere. Il calcio è marcio. Nell’80, quando c’ero io, scoppiò lo scandalo del calcioscommesse. Oggi è come ieri. Partite combinate, risultati compromessi, soldi gestiti dalla camorra, dalla mafia, dalla ‘ndrangheta”.

Le sostanze proibite cominciò ad assumerle sin da giovanissimo:

“I miei errori iniziarono a metà dei ’60, al Genoa. Siringhe. Sostanze. La chiamavano la bumba. Avevo 20 anni. Non smisi più. Il nostro allenatore, Giorgio Ghezzi, ex portiere dell’Inter, ci faceva fare strane punture prima della gara. Un liquido rossastro. Se vincevamo, si continuava. Altrimenti, nuovo preparato. Cosa c’era dentro? Mai saputo. L’anno dopo, disputammo a Bergamo lo spareggio per non retrocedere in C. Il tecnico Campatelli scelse cinque di noi come cavie. Stesso intruglio per tutti. Eravamo indemoniati. La punta, Petroni, sembrava Pelé. Vincemmo 2-0 e, in premio, ebbi il trasferimento al Milan”.

Infine un’amara considerazione:

“Mi facevano i raggi Roengten per guarire da uno strappo muscolare. Non so se Nereo sapesse. Con me aveva un rapporto particolare: “Testa de casso, se avessi il cervello saresti un campiòn”. Beatrice? Fu mio compagno a Cesena, Bruno. Se ne andò a 39 anni, a causa di una rara forma di leucemia, tra agonie e sofferenze atroci. Come tanti, troppi altri. Hanno sperimentato su di noi. Non ci curavano, ci uccidevano. Vorrei sapere con quali ausili gli eroi contemporanei disputano 70 incontri l’anno”.

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