IL VUOTO DENTRO LO STADIO


Pubblicato da il 3.11.11

“Siete mai entrati in uno stadio vuoto? Fate la prova, entrate in uno stadio vuoto ed ascoltate. Non c’è niente di meno vuoto di uno stadio vuoto. Il Maracanà continua a piangere per la sconfitta brasiliana del Mondiale del ’50. Parla in catalano il cemento del Campo Nou e in euskera conversano le gradinate del San Mamès.”

Queste parole dell'uruguagio Eduardo Galeano, scritte in “Splendori e miserie del gioco del calcio”, sono più di un messaggio per tutti gli appassionati, sono il senso stesso del rapporto che c'è fra uno sport, il suo luogo e la sua gente.
Questo insieme apparentemente indivisibile è oggi invece sempre più messo in discussione dalle logiche e dalle pratiche che regnano nel neocalcio.
Gli stadi sono sempre più silenti e vuoti e non solo durante la partita, perdono progressivamente i loro abitanti naturali, i tifosi, e si ammutoliscono perché non vi risuonano i canti di gioia e di appartenenza o i lamenti di dolore e di sconfitta che hanno accompagnato la vita dell cattedrali pagane della domenica.
La cosa che fa più male, in questo lento degrado, apparentemente inarrestabile almeno alle nostre latitudini, è che tutto ciò è frutto di una scientifica e tenace politica calcistica di autodistruzione, perpetrata da dirigenti tanto incapaci quanto ostinati nel perseguire i loro obbiettivi angusti di conquista e preservazione del potere personale.
Il tornaconto esplicito di pochi soggetti – classe dirigente politico-calcistica, proprietari delle società, padroni delle tv, apparati repressivi dello Stato, politici di ogni risma e colore – ha cancellato l'interesse comune, ha ridotto lo spettacolo calcistico a mero oggetto di consumo televisivo, a prodotto di marketing, a esibizione circense.
Fino a quando non si capirà (e purtroppo i suddetti padroni del vapore dimostrano di non volerlo né poterlo capire) che senza i tifosi non c'è calcio, che senza stadi pieni non c'è passione, che senza persone ad assitere non c'è spettacolo, che senza voci, colori, cuori ed emozioni non c'è partita, fino ad allora noi proveremo a non dimenticarci delle parole di Galeano, a sentire dentro di noi i suoni che non riusciamo ad udire più fuori.
Perché se quegli spalti parlano è perché qualcuno gli ha dato voce, e se qui muri vivono, è perché dentro c'è stata vita vissuta. Per questo uccidere la nostra passione è una sorta di omicidio del calcio intero. Noi non ne saremo complici, né vittime inerti.

Gabriele Costa per dodicesimouomo.net

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