LA STORIA DEI MITI: AGOSTINO DI BARTOLOMEI


Pubblicato da il 27.12.10

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La storia del calciatore che ha fatto sognare e piangere i tifosi della Roma.

Agostino Di Bartolomei nasce l’8 aprile del 1955 a Roma e trascorre infanzia e giovinezza nel quartiere Tor Marancia, dove comincia a muovere i primi passi verso il calcio che conta. L’oratorio gli offre l’opportunità di far parte della prima squadra, la San Filippo Neri. Talentuoso, grinta da vendere: Ago stupisce e incanta, tanto da meritare un trasferimento in quella che è già una realtà del calcio capitolino, l’AS Omi.

La prima grande soddisfazione calcistica arriva a tredici anni: osservatori del Milan meravigliati per quel modo sopraffino e intelligente con cui un tredicenne riesce a trattare la palla, propongono alla famiglia Di Bartolomei un ingaggio che costerebbe ad Ago il trasferimento a Milano. Ma il ragazzo rifiuta l'offerta: non è per nulla contento di emigrare dalla sua Roma al nord.  Dietro l’angolo, però, arriva immediata la controproposta della Roma. Il consenso stavolta è immediato.

In poco tempo Di Bartolomei diventa capitano e vince lo scudetto con la Primavera facendosi notare dalla prima squadra. Entrato nell’orbita della Serie A, Agostino Di Bartolomei esordisce con la Roma che conta il 22 aprile 1973 (Inter-Roma, finisce 0-0): il principale artefice e sponsor dell’approdo in Serie A di Ago è l’allora tecnico capitolino Manlio Scopigno, innamorato del modo di giocare del mediano. Serio, concreto, troppo orgoglioso per mostrarsi debole, di pochi sorrisi e parole pronunciate con il contagocce, sul rettangolo verde a Di Bartolomei vengono riconosciute tre grandi doti: il lancio lungo, il destro potentissimo che gli consente di andare al tiro dalla distanza e la visione di gioco.

Nel 1975 parte per Vicenza in prestito e va a farsi le ossa per tornare più maturo e pronto di prima l'anno seguente. Tra il 1976 e il 1981 diventa un punto fermo dello scacchiere giallorosso: gioca centrale di centrocampo con De Sisti e con il tramonto di Santarini diventa il capitano della Roma. Nel 1982/83 alla guida tecnica della squadra capitolina c’è Nils Liedholm: per lo svedese, Di Bartolomei è un difensore centrale che ben può integrarsi con quel mastino che è Pietro Vierchwood. Ago gioca tutta la stagione in difesa, sigla 7 reti e contribuisce in maniera significativa alla conquista di uno scudetto che la Roma aspetta da 41 anni.

L’anno dopo si gioca la Coppa dei Campioni. I giallorossi fanno fuori il Goteborg, il Cska Sofia, la Dinamo Berlino e il Dundee United. Una cavalcata trionfale fino alla finalissima dell’Olimpico contro il Liverpool il 30 maggio 1984. Non bastano 120 minuti e servono i calci di rigore. Agostino Di Bartolomei è uno di quelli che lo tirano e segna. Sbagliano invece Conti e Graziani. La Coppa va in Inghilterra; negli spogliatoi giallorossi, dopo il triplice fischio, Di Bartolomei non sa che si è appena conclusa una delle sue ultime gare con la maglia della Roma. Quei minuti, Agostino li passa a litigare con Falcao che si è rifiutato di calciare uno dei cinque rigori.

Così nell'estate del 1984 viene sacrificato dalla società per motivi di bilancio. L’ultima gara di Agostino Di Bartolomei con la Magica è la finale di Coppa Italia contro il Verona. La Curva Sud si schiera con lui esponendo questo striscione: "Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva". Segue il Barone Liedholm al Milan ma il cuore lo lascia nella Capitale. I suoi compagni di squadra in rossonero lo soprannominano Sant’Agostino per l’indifferenza verso discoteche e bella vita. Sta chiuso in casa e si consuma di malinconia.

Con il Milan disputa tre stagioni segnando, tra l'altro, un gol in un derby. Nel 1987 i rossoneri entrano nell'era Sacchi e Di Bartolomei viene ceduto al Cesena; conclude la sua carriera nel 1990, nelle file della Salernitana, dove contribuisce al raggiungimento della promozione in Serie B dopo 23 anni di assenza.

Muore suicida il 30 maggio 1994 a San Marco, un paesino della costa cilentana dove vive. Dopo aver pulito con cura la sua pistola Smith & Wesson calibro 38, si spara dritto al cuore alle 8:50 del mattino sul balcone della sua villa. Sono trascorsi dieci anni esatti dalla finale di Coppa dei Campioni persa dalla Roma contro il Liverpool.

Da quel giorno in poi per tutti i tifosi della romanisti il 30 Maggio di ogni anno non è più il ricordo della "maledetta finale" del 1984, ma solamente il giorno in cui onorare la memoria di un grande uomo rispolverando magari il coro della Curva Sud per lui: Ohhh Agostino, Ago, Ago, Ago, Agostino gò!

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